Alcuni ricercatori dell'Istituto di biomedicina di Bellinzona sono riusciti a produrre anticorpi umani in grado di bloccare il virus della dengue. Un passo avanti che potrebbe contribuire a prevenire anche altre malattie virali.
«La lotta alla dengue concerne tutti noi». Sono parole di Shin Young-soo, responsabile dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) per la regione del Pacifico centro-occidentale, secondo cui quella della dengue è una «seria minaccia per tutto il globo».
Trasmessa dalla puntura di una zanzara, la dengue è una malattia febbrile presente soprattutto in Africa, Sud America, Asia e Australia. Ogni anno è responsabile di milioni di contagi e di circa 20'000 morti.
A preoccupare maggiormente è la sua diffusione: con l'innalzamento della temperatura terrestre il virus non si limita più alle sole zone tropicali. In settembre, la Francia ha comunicato il primo caso autoctono di dengue a Nizza.
Per ridurre il rischio di un'epidemia a livello planetario, l'Istituto di ricerca in biomedicina di Bellinzona (IRB), in Ticino, ha messo a punto una metodologia in grado di ridurre l'azione del virus.
«Abbiamo individuato degli anticorpi capaci di bloccare tutte le varianti della dengue», afferma a swissinfo.ch Martina Beltramello, ricercatrice dell'IRB.
Cocktail di anticorpi
La presenza di quattro diverse forme del virus, spiega Beltramello, rende particolarmente difficile la ricerca di un vaccino.
Le persone contagiate per la prima volta guariscono facilmente e producono anticorpi che offrono protezione in caso di una seconda infezione con lo stesso tipo di virus. Se però questa seconda infezione è provocata da una variante diversa, rileva la ricercatrice, gli anticorpi potrebbero agire in modo opposto.
«Invece di bloccare l'infezione, la facilitano, ciò che può portare all'apparizione di forme emorragiche particolarmente pericolose».
Partendo dal sangue di persone infettate e guarite dalla dengue in Vietnam, i ricercatori dell'IRB hanno isolato tre anticorpi. Attraverso delle modificazioni genetiche, sono poi stati neutralizzati i loro possibili effetti negativi.
Il risultato è un cocktail di anticorpi che, perlomeno sugli animali, si è dimostrato promettente. «I test effettuati sui topi all'Università di Berkeley hanno evidenziato che gli anticorpi possono bloccare l'infezione anche se somministrati 48 ore dopo il contagio».
Malattie trascurate
Il lavoro realizzato dall'IRB è per certi versi in controtendenza rispetto a quanto fatto nel mondo scientifico.
Uno studio dell'Università di Neuchâtel presentato alcune settimane fa sottolinea in effetti che malattie quali la cecità fluviale, il morbo di Chagas o appunto la dengue, sono trascurate dalla ricerca perché poco lucrative per l'industria farmaceutica.
«È molto difficile incitare una ditta farmaceutica a lanciarsi da sola nello sviluppo di un prodotto attivo contro una malattia trascurata», ha rilevato Beatrice Stirner, autrice di una pubblicazione sul tema.
Per la collaboratrice dell'Istituto di diritto alla salute di Neuchâtel, una soluzione potrebbe essere il rafforzamento del partenariato tra settore pubblico e privato. Gli esempi di collaborazioni fruttuose non mancano, ha fatto notare: alcune ditte farmaceutiche o biomediche già mettono a disposizione delle organizzazioni non governative dati confidenziali sui preparati da loro studiati.
Un'altra ipotesi è la creazione di un fondo comune di brevetti. Una sorta di "magazzino", ha spiegato Stirner, in cui le aziende metterebbero i loro brevetti a disposizione delle persone interessate a lavorare sulle malattie trascurate.
«Questo - ritiene Beatrice Stirner - permetterebbe di approfittare dei progressi scientifici riducendo il numero delle pratiche e delle trattative».
Un iter lungo
Rispetto ad altre patologie, annota Martina Beltramello, la dengue può sembrare una malattia minore. «Se però consideriamo gli effetti della globalizzazione, dell'accresciuta mobilità delle persone e l'aumento delle temperature, la dengue è senza dubbio tra i virus emergenti».
Negli ultimi dieci anni, rileva l'OMS, il numero dei contagi è più che raddoppiato. In alcuni paesi, ad esempio in Laos e Filippine, quest'anno è stato osservato un chiaro incremento.
«C'è quindi un interesse della scienza a guardare verso il futuro», afferma Beltramello.
La ricercatrice rimane comunque con i piedi per terra: il rimedio contro la dengue non sarà per domani. «La nostra speranza è di poter applicare il trattamento all'uomo. I tempi della scienza sono tuttavia lunghi. Per un eventuale vaccino bisognerà ancora aspettare qualche anno».
La metodica sviluppata per la dengue potrà ad ogni modo servire nella lotta di altre malattie. «Lo studio della risposta immunitaria di persone infettate e l'individuazione di anticorpi efficienti, messi a punto dall'IRB e in particolare dal direttore Antonio Lanzavecchia, potranno essere applicati anche ad altre patologie. Ad esempio la malaria, l'influenza o la SARS».
Luigi Jorio, swissinfo.ch